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LMA: l’ospedale fa la differenza, l’albumina anche

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LMA: l’ospedale fa la differenza, l’albumina anche

La compliance dei pazienti in cura

Prendersi cura è uno degli imperativi sia dei sanitari sia delle strutture: se poi parliamo di tumori, va aggiunta la capacità nello svolgere tale compito. Di fronte alla “diagnosi e cura”, ma soprattutto alla monitorizzazione del paziente in terapia, l’ospedale scelto fa la differenza e nella leucemia mieloide acuta (LMA) può  essere davvero importante.

L’evidenza per la LMA parte dalle linee guida ESMO (e dai criteri che il Working Group) del 2013, che avevano delineato l’iter curativo nei pazienti affetti da tale patologia. Ma alcune recenti pubblicazioni, hanno tratteggiato concetti “ad integrazione”, altrettanto importanti anche se riferiti a dati degli USA.

La chemioterapia di induzione standard per la LMA, è associata ad una mortalità precoce del 12%–26%. Lo studio (Leukemia Research, Pergamon press – Elsevier) ha esaminato l’associazione tra mortalità precoce, sede delle cure e complicanze associate alla terapia di induzione, in 7.007 pazienti con LMA. I dati sono stati tratti dal California Cancer Registry and Patient Discharge Dataset (1999–2014). Nei pazienti con LMA, il trattamento iniziale presso un centro oncologico (cancer center, CC), designato dal National Cancer Institute (NCI), offre una probabilità di sopravvivenza considerevolmente migliore rispetto ad altri istituti.     

Dei pazienti con LMA un quarto (25,1%) ha ricevuto la terapia presso un CC designato dal NCI: avevano un’età ≤65 anni (per il 73,9 versus il 60,1% di altri CC), uno stato socio-economico migliore (46,9 vs. 44,1% di altri CC) e possedevano un’assicurazione sanitaria (16,9 vs.11,5%). L’insufficienza renale era più comune presso i CC non designati dal NCI (22,8 vs.19,9%) mentre la leucoaferesi era più comune presso i CC designati dal NCI (5,5% vs. 2,7%; P<0,001). Gli ospedali designati dal NCI possono “fare la differenza”.

Un secondo articolo analizza la fattibilità di un programma di condivisione della terapia di supporto post-LMA o con leucemia promielocitica acuta (LPA), con i centri locali, allo scopo di ridurre i tempi (e gli oneri) legati ai viaggi dei pazienti. Molti centri di cura di “quarto livello” possiedono vaste aree di competenza, ma rendono necessari spostamenti a grande distanza. I pazienti hanno ricevuto terapia di supporto post-consolidamento, presso i propri ospedali regionali (monitoraggio delle conte ematiche, trasfusioni, gestione di neutropenia febbrile).

Sessantuno soggetti con LMA e 12 con LPA hanno ricevuto terapia post-consolidamento presso il proprio ospedale locale; 297 con LMA e 47 con LPA hanno ricevuto tutte le cure presso un centro di 4°livello. Per i pazienti con cure condivise (rispetto ai pazienti con cure solo presso un centro di quarto livello) i vantaggi sono stati: distanza media (andata e ritorno) di 146,5±99,6 km e risparmio minimo (in minuti) pari a 96,7±63,4.   

Il tutto senza nessun significativo aumento del rischio di decesso con “cure standard”, rispetto alle terapie solo presso un centro  di 4°livello. Concludendo, nei pazienti con LMA e LPA un programma di cure condivise per la terapia post-consolidamento tra strutture regionali e di quarto livello, riduce gli oneri di viaggio dei pazienti senza influire sugli esiti.

Da Laboratorista sottolineo l’importanza che un altro articolo (Hematological Oncology) assegna all’albumina serica(SA): un valore prognostico superiore all’indice di massa corporea, Body Mass Idex (BMI), a differenza di quanto sin qui proposto (studio YACHT). Il lavoro ha esaminato, in 159 pazienti con LMA di nuova diagnosi, l’associazione (eventuale) tra livelli di SA, BMI e sopravvivenza.

Sovrappeso/Obesità erano definiti come un BMI >25 kg/m2. La malnutrizione con un livello di SA <30 g/L. Tutti i pazienti hanno ricevuto citarabina/aracitina e regimi contenenti antracicline; il calcolo della dose di chemioterapia non prevedeva limiti superiori prestabiliti (il dosaggio del chemioterapico viene normalmente aggiustato in base al peso del paziente).

L’analisi univariata non ha segnalato alcuna associazione significativa tra sopravvivenza e BMI (P=0,54). L’analisi multivariata ha invece evidenziato che una SA ≥30 g/L era associata a una OS (overall survival) migliore (P=0,03). Degno di nota che il 69,4% dei pazienti sovrappeso/obesi (in base al BMI), soffriva di malnutrizione definita in base al livello di SA. Nei pazienti con LMA di nuova diagnosi, il livello di SA offre in sostanza un valore prognostico indipendente per la sopravvivenza e consente una valutazione migliore dello stato nutrizionale, rispetto al BMI.

In conclusione, l’albumina sierica e non il BMI è accurata (e predittiva) degli esiti, in termini di sopravvivenza: una bella consolazione per il laboratorio (e per i pazienti). 

BIBLIOWEB:

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Cancer: We Can. I Can   http://newmicro.altervista.org/?p=4154
Dottore, adesso parlo io   http://newmicro.altervista.org/?p=3019



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Paolo Paparella

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