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Tossicità acuta da somministrazione di Vitamina D: mito o realtà?

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Tossicità acuta da somministrazione di Vitamina D: mito o realtà?

Pochi ormoni hanno vissuto una popolarità maggiore di quella che la vitamina D ha conosciuto negli ultimi anni.

Parallelamente al numero delle sue indicazioni terapeutiche, fondate o fantasiose che fossero le motivazioni, è cresciuto nello stesso intervallo temporale anche il numero delle richieste di determinazione della concentrazione ematica dell’ormone, che ha rapidamente scalato la classifica dei test di laboratorio più gettonati, grazie anche alla messa a punto di un affidabile metodo di dosaggio automatizzato.

Il dosaggio di laboratorio veniva invocato come indispensabile per
a)-diagnosticare la carenza ormonale, e quindi la necessità di supplementazione, ma anche per
b)-scongiurare il rischio di una tossicità da sovradosaggio.
A fare chiarezza su questo ultimo aspetto (almeno su questo) giunge ora un esaustivo studio che compare sul numero di maggio dei Mayo Clinic Proceedings.

Un gruppo di ricercatori della prestigiosa istituzione di Rochester si è presa la briga di esaminare i livelli ormonali [25(OH)D] di oltre 20,000 soggetti.
Le conclusioni sono che, nonostante il numero di campioni con concentrazioni superiori a 50 ng/mL sia enormemente aumentato dal 2002 al 2011, non si è registrato alcun aumento in termini di tossicità acuta.
Un solo caso, con livelli di oltre 350 ng/mL ha richiesto un intervento mirato per chiari segni tossici.
In tutti gli altri casi, non è stato possibile tracciare alcuna connessione tra concentrazioni crescenti di 25(OH)D e segni di tossicità, in particolare ipercalcemia.

Le conclusioni sono importanti perché smentiscono una delle convinzioni più radicate nel mondo medico, e cioè che la vitamina D sia una delle sostanze liposolubili più tossiche sia per i reni che per il cuore.
In realtà questi dati dimostrano convincentemente che non è così: la tossicità acuta da sovradosaggio di vit. D è una delle emergenze mediche più rare da riscontrare e di solito avviene solo per ingestione volontaria o accidentale di dosi estremamente alte, oltre 50.000 UI/die per mesi o per anni.

Questa evidenza dovrebbe aiutare a migliorare l’appropriatezza della gestione clinica di questa importante arma terapeutica e, forse, a limitare il ricorso talvolta acritico all’esame di laboratorio.

 

BIBLIOWEB:

Mayo Clinic Proceedings 2015 (maggio). Volume 90, Issue 5, 577–86

http://www.mayoclinicproceedings.org/



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Marco Caputo

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