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Tumore renale. Diagnosi precoce grazie a un test delle urine

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Tumore renale. Diagnosi precoce grazie a un test delle urine

La sopravvivenza per il tumore del rene è legata alla possibilità di una diagnosi precoce nell’80% dei casi.

Perché normalmente nelle prime fasi la malattia è asintomatica: i sintomi caratteristici di questa neoplasia, ematuria e dolori addominali, stanchezza ed edemi declivi, si presentano molto tardivamente nella sua evoluzione “naturale”.

Dagli USA uno studio, pubblicato su JAMA Oncology suggerisce come test di screening per rivelare la presenza di un tumore renale il dosaggio di due proteine urinarie, l’aquaporina-1 (AQP1) e la perplipina-2 (PLIN2).
I ricercatori ( Washington University School of Medicine di St. Louis) hanno dimostrato che l’accuratezza del loro metodo nel rilevare la presenza di un tumore del rene (in fase iniziale), supera il 95% e soprattutto che il test non produce falsi positivi.

L’individuazione di questi marcatori urinari, AQP1 e PLIN2, è di grande interesse.
AQP1 è una proteina ‘addetta’ al trasporto di acqua, localizzata nell’endotelio capillare glomerulare e sulla membrana apicale dei tubuli prossimali, nei reni normali.
PLIN2 è una proteina correlata alla differenziazione degli adipociti; la sua attivazione trascrizionale è mediata dall’hypoxia inducible factor , iperespressa nel carcinoma a cellule renali a cellule chiare.

Ognuna di queste proteine urinarie presa singolarmente è spia della possibile presenza di un tumore renale: ma le due prese insieme danno un risultato più sensibile e specifico consentendo di individuare i pazienti affetti da carcinoma renale, senza falsi positivi.

Le proteine in questione non risultano elevate in presenza di altre neoplasie, consentendo di escludere chi non è affetto da tumore renale.
Non tutti i processi occupanti spazio pertinenti al rene e rilevati anche causalmente alla TAC, sono necessariamente tumori; il 15% circa non ha infatti caratteri di malignità.
Ciò permetterebbe anche di evitare un 10-15% di nefrectomie” inutili”.

L’incidenza della diagnosi di masse renali è in aumento anche per il sempre più diffuso utilizzo di imaging addominale.
Gli urologi si trovano sempre più spesso di fronte al dilemma di cosa fare a livello diagnostico e terapeutico di queste masse, che sono tipicamente di piccolo diametro (< 4 cm), asintomatiche, spesso osservate in pazienti anziani con varie comorbilità o con alterazioni della funzionalità renale.

Distinguere le forme benigne dalle maligne è il compito delle indagini radiologiche: nei casi mal definiti è diventato diffuso il riscorso alla biopsia delle masse renali, allo scopo di distinguere le forme benigne, come i tumori cromofobi e i tumori a cellule renali (RCC) a cellule chiare di basso grado, da quelle più aggressive.
Ci sono sempre più evidenze infatti a sostegno di un accettabile outcome per i pazienti derivante dalla sorveglianza attiva di queste piccole masse renali (SRM).

Questo tumore presenta una bassissima incidenza nella popolazione generale (20-25 nuovi casi per 100.000 persone per anno).
L’utilizzo su popolazioni ad alto rischio di tumore renale (sindromi ereditarie per neoplasie renali, fumatori, pazienti con malattia renale cistica acquisita, associata ad insufficienza renale in stadio terminale) fornirebbe una modalità di screening, integrabile poi da un’ecografia renale (elevati valori dei biomarcatori urinari).

BIBLIOGRAFIA

Brian I. Rini, Steven C. Campbell; Urinary Biomarkers for the Detection and Management of Localized Renal Cell Carcinoma JAMA Oncol. Published online March 19, 2015

JAMA Oncology 



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Bruno Milanesi

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