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Caffè. Un piacere ritrovato.

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Caffè. Un piacere ritrovato.

Per molti, la tazzina di caffè è un vero rito.
Le proibizioni legate alle varie patologie hanno caratterizzato la vita di molti (infarto, ipertensione, diabete,…).
Ma invece il caffè, consumato con moderazione, ha sempre più le carte in regola per essere considerato un buon alleato della salute.
Un ampio studio coreano condotto su quarantenni in buona salute pubblicato su BMJ dimostra che il caffè riduce il rischio Infarto.
Ma bisogna berne 3/5 tazze al giorno: con questa “dose giornaliera” meno calcio sulle coronarie, di chi non ne beve affatto o di chi esagera e va oltre le 5 tazze al giorno.
L’effetto scudo del caffè sul cuore sembrerebbe essere correlato anche ad un ridotto rischio di diabete di tipo 2.

Una recente metanalisi (condotta su 36 lavori) ha dimostrato che un consumo ragionevole di caffè si associa ad una riduzione del rischio di malattie cardiache, altri studi lo hanno associato ad un miglioramento della sensibilità insulinica e ad un ridotto rischio di diabete di tipo 2.

Dei ricercatori coreani del Kangbuk Samsung Hospital di Seul (Repubblica di Corea) ha studiato l’associazione tra consumo di caffè e la presenza di calcificazioni coronariche (CAC), un marcatore precoce di aterosclerosi coronarica.
La loro ricerca è stata pubblicata da British Medical Journal (Hearth).
25.138 individui di entrambi i sessi (83,7% uomini) senza segni di cardiopatia sono stati arruolati, in occasione di un check up di routine (in Corea è obbligatorio per tutti i lavoratori con intervalli di 1-2 anni).
A tutti è stato somministrato un questionario sulle abitudini alimentari; quindi sono stati sottoposti a cardio-TAC (calcolato il CAC score il punteggio di calcificazione coronarica).

La prevalenza di calcificazioni coronariche è risultata pari al 13,4% nella coorte studiata, mentre il consumo medio di caffè è stato quantificato in 1,8 tazze al giorno La presenza di calcificazioni coronariche ha dimostrato una distribuzione a ‘U’, risultando massima ai due estremi, cioè tra gli scarsi consumatori di caffè (meno di una tazza al giorno) e nei grandi bevitori (oltre 5 tazze al giorno), mentre è risultata minima nei soggetti dediti ad un consumo ‘moderato’ di caffè (calcium ratio: 0,77 in chi beveva meno di una tazza di caffè al giorno; 0,66 in chi ne consumava da 1 a 3 al giorno; 0,59 nei consumatori di 3-5 tazze al giorno e 0,81 nei grandi consumatori di oltre 5 tazze al giorno).
Sono stati valutati anche i potenziali fattori di confusione, come livello di istruzione, di attività fisica, abitudine tabagica, BMI, consumo di alcolici, anamnesi familiare di cardiopatie, livelli di consumo di frutta, verdure, carni rosse o conservate.

Un effetto questo che potrebbe essere legato al ridotto rischio di diabete di tipo 2 (un importante fattore di rischio per aterosclerosi), osservato nei consumatori abituali di caffè.

Continuano naturalmente altre ricerche per confermare questi dati e far luce sulle basi biologiche dei potenziali effetti protettivi del caffè nei confronti delle coronaropatie.
Per il momento, il caffè torna ad essere un piacere.

BIBLIOWEB:

http://heart.bmj.com/content/early/2015/02/06/heartjnl-2014-306663.full.pdf+html



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Sergio Galmarini

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