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Il Lavoro ai tempi del Burn Out

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Il Lavoro ai tempi del Burn Out

“Medico cura te stesso” è uno dei più noti aforismi della professione. Data dal 2004 lo studio del Burn Out nei medici (Yaman – Supercourse 2002 Pittsburg University USA) ed il recente articolo del Sole 24 ore (18-24 nov 2014 pag 5) a commento della condanna da parte dell’europa del lavoro medico in Italia rincara la dose.

Nel frattempo, come pubblicato sull’EMBO Journal (European Molecular Biology Organization) è stato identificato un importante fattore nel processo che determina lo stress: si tratta della proteina chiamata secretagogina, che svolge un ruolo importante nel rilascio del CRH (Ormone rilasciante la corticotropina) che a sua volta, a cascata, determina il rilascio degli ormoni dello stress. Se fosse possibile sopprimere questa proteina, sarebbe teoricamente possibile anche eliminare lo stress fisico.

Le malattie dovute allo stress sono sempre più frequenti, e costituiscono un grave carico per i sistemi sanitari. La European Agency for Safety and Health at Work ha quindi dedicato il 2014 all’argomento dello stress: alcuni studi dimostrano che in Europa più del 50% dei giorni di malattia richiesti dagli impiegati si può attribuire ad una qualche forma di stress, e secondo una ricerca condotta in Austria.

Il Sole 24 ore, come di seguito riportato, fa attraverso uno studio del sindacato ANAAO, una disamina della situazione lavorativa del medico in Italia

La realtà italiana:

A fronte di una salvaguardia legislativa, il progressivo sottofinanziamento del Ssn e la deriva “economicistica” delle Aziende sanitarie hanno progressivamente contribuito a una “deregulation” dell’orario di lavoro. L’aumento dei carichi con una maggiore utilizzazione della forza lavoro professionale a parità di costi ha permesso un aumento del numero delle prestazioni a scapito di un evidente peggioramento delle condizioni lavorative e di un incremento del rischio clinico e del disagio, umano e professionale. Le Finanziarie hanno di fatto legalizzato questo stato di cose attraverso l’abrogazione per i soli dirigenti del Ssn del limite massimo di lavoro giornaliero e settimanale e della normativa sui riposi giornalieri e settimanali. Se si considera che in ambito sanitario la forza lavoro è fatta solo di persone e il prodotto “finito” è il paziente questa gestione lavorativa può presentare solo evidenti criticità. La «deregulation» dell’orario di lavoro dei medici, complice il progressivo impoverimento del Ssn, è ormai diventata un elemento strutturale della programmazione. Una deriva di fatto consolidata, che rischia di essere pagata a caro prezzo, in termini di perdita di salute dei lavoratori e di sicurezza dei pazienti.

Se pur il lavoro del medico nell’immaginario collettivo più che un lavoro è sempre stato considerato una missione, non possiamo non considerare che essere medico oggi è sicuramente più difficile di quanto non lo fosse 30 anni fa. Il progresso scientifico se da un lato ha nettamente migliorato le curve di sopravvivenza elevando gli standard di cura, dall’altro ha però imposto al professionista sanitario una “illimitata” preparazione scientifica e al paziente e ai suoi familiari delle “illimitate” aspettative di vita. Tutto ciò si traduce frequentemente in un sovraccarico di ansia e stress con evidente peggioramento delle condizioni lavorative e della qualità di vita del medico stesso.

Deregulation dell’orario e malattie professionali:

La mancata fruizione del periodo di riposo può e deve essere solo una scelta individuale del medico magari anche imposta? La giurisprudenza e la nostra carta della salute ci dicono di no.

Il protrarsi dell’attività lavorativa, in condizioni routinarie, oltre l’orario di lavoro previsto dal Ccnl e dalle normative vigenti, viene considerato, in caso di evento avverso, “condotta imprudente” e costituisce in un giudizio un’aggravante, ritenendosi come volontaria l’accettazione del turno irregolare e i rischi connessi. Tutto ciò trova una sua conferma dal riscontro di elevati livelli di marker pro-infiammatori come IL-6 e la Pcr e di fattori vasocostrittori rispetto a fattori vasodilatanti (Lung 2006).

Se a questo si aggiungono l’aumento del rischio clinico (errori di somministrazioni e prescrizioni) correlato alla fatica e il rischio doppio di incidenti stradali (Lung 2007) di chi subisce un duro orario lavorativo, il quadro appare preoccupante.

La posizione europea:

Gli interventi regressivi dei vari Governi italiani che hanno legalizzato questa nefasta organizzazione lavorativa non hanno di fatto rispettato la direttiva Ue in merito alla salvaguardia delle tutele lavorative. I medici attivi nel Ssn sono formalmente classificati come dirigenti senza necessariamente godere delle prerogative o dell’autonomia dirigenziale durante il loro orario di lavoro e in più la direttiva non consente agli Stati membri di escludere i dirigenti o le altre persone aventi potere di decisione autonomo dal godimento di tali diritti. L’Italia pertanto è stata deferita alla Corte di Giustizia Ue. Ma questa è una storia che già conosciamo, e per l’ennesima volta è l’Europa che interviene a garantire i diritti dei cittadini italiani. Sono quindi in partenza promossi da più parti i ricorsi contro lo Stato italiano per le mancate tutele lavorative dei dirigenti sanitari nazionali.”

BIBLIOGRAFIA

 

 

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Giuseppe Catanoso

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