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Ebola. Ci siamo, primo caso in Italia.

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Ebola. Ci siamo, primo caso in Italia.

Medico di Emergency, ha contratto il virus Ebola in Sierra Leone, è ricoverato all’ospedale Spallanzani di Roma (vedi protocollo).
In questo momento le condizioni cliniche sono discrete, ma gli esami di laboratorio confermano e correlano la sua sintomatologia con il virus Ebola.
Nel frattempo si sono attivate diverse iniziative di contenimento e sicurezza riferite alla lotta al contagio.
Il Ministero della Salute ha attivato da tempo il numero di pubblica utilità 1500 un “counselling telefonico”: il servizio, è attivo tutti i giorni dalle ore 9.00 alle ore 18.00, con due livelli di risposta: il primo (40 operatori circa) che rispondono a tutti i quesiti base dei cittadini, un secondo, ( 60 professionisti sanitari) per domande di carattere scientifico.
Ad oggi le domande hanno riguardato principalmente i sintomi della malattia da virus Ebola, il periodo di incubazione, l’inizio e durata della contagiosità, le modalità di trasmissione e l’attività di sorveglianza ai porti e aeroporti.
Le Principali associazioni scientifiche di pediatria hanno prodotto un documento congiunto (emergenza Ebola – vedi) sulla gestione dei bambini e dei neonati con potenziale infezione (MEV – Malattia da Virus Ebola).
L’Istituto Zooprofilattico sperimentale della Lombardia e dell’Emilia Romagna “Bruno Ubertini” ha prodotto una sintesi sul rischio per gli animali, partendo dai primati, anche se il ciclo di trasmissione non è chiaro, sembra coinvolgere comunque i pipistrelli della frutta. In sei pagine (vedi) viene esposto lo stato dell’arte.

Buona parte della epidemia mediatica di Ebola è focalizzata sulla conta delle vittime, ma qualcosa è passato quasi inosservato: i sopravvissuti, ed i soggetti apparentemente immuni.

I soggetti sopravvissuti possono condurre successivamente una vita normale, eccezion fatta per occasionali artralgie. I tempi di recupero variano, come anche quelli di eliminazione del virus: WHO ha comunicato che esso può permanere nello sperma per settimane dopo la guarigione.
In genere si presume che i sopravvissuti siano immuni al ceppo dal quale sono stati infetti, ma non è chiaro se l’immunità si estenda anche agli altri ceppi, o se sia duratura.

Come accade con la maggior parte delle infezioni virali, i pazienti guariti avranno anticorpi anti-Ebola nel loro sangue, il che lo rende un’opzione controversa ma valida per il trattamento: si tratta tuttavia di un metodo la cui funzionalità crea dubbi (quanto ad affidabilità), e che viene riservato anche alle persone il cui gruppo sanguigno è compatibile.

I soggetti sopravvissuti sono in ogni caso di grande interesse per la ricerca, ma lo sono ancor di più quelli che dopo aver contratto l’infezione non sviluppano alcun sintomo, come è stato il caso di molte persone venute a contatto con il virus dopo il focolaio intervenuto in Uganda negli anni ’90. Gabon: una recente ricerca (The Lancet online 2014, pubblicato il 14/10) ha riscontrato che più del 15% della popolazione potrebbe essere immune all’Ebola.
L’identificazione di queste persone consentirebbe il loro reclutamento per compiti che aiutino con il controllo della malattia, il che permetterebbe di non esporre al virus soggetti che non siano immuni.

   In allegato la Documentazione relativa in formato PDF

 

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Giovanni Casiraghi

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