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Ma di che Offelle (ipeandrogenismo) parliamo?

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Ma di che Offelle (ipeandrogenismo) parliamo?

L’offella di Parona è una sorta di biscottino inventato alla fine del XIX secolo, con farina di grano tenero, burro, zucchero, uova, olio d’oliva e lievito, dalle sorelle Pasqualina e Linin Colli, la cui ricetta è stata donata al Comune. Esiste anche una variante che si chiama Sartirana ed assume la forma della rana, animale che in Lomellina ha il suo regno. Però se voi siete a Verona e dite offella, a tutti viene in mente l’offella d’oro che è una variante del Nadalin, il tipico dolce veronese antesignano del pandoro. Ma di che offelle parliamo? Biscotti o pandoro? Dipende dall’offelee.

Un episodio venuto all’attenzione della stampa quotidiana1 e verificatosi a Verona, ripropone in modo lampante la verità contenuta in uno storico proverbio milanese che recita: “Offellee, fa el tò mestee!” 2 (‘Pasticciere, fai il tuo mestiere’).

Il rifiuto da parte di un laboratorio di analisi cliniche pubblico di accogliere una richiesta -da parte di un non identificato specialista- di esami ormonali che potremmo definire “esoterici” ha scatenato l’ira della paziente con intervento delle forze dell’ordine, comunicati stampa degli amministratori e dichiarazione dell’Assessore regionale alla Sanità. Hanno parlato tanti, ma non si è sentito il bisogno di ascoltare il parere di un medico laboratorista e di un endocrinologo. L’episodio, per quanto aneddotico, mostra meglio di lunghi discorsi quanto difficile sia –oggi come ieri- riuscire a convincere i “pasticcieri” a limitarsi alle loro competenze.

Gli esami di laboratorio servono a fornire informazioni accurate e precise, ma soprattutto clinicamente significative e in grado di ridurre il margine di incertezza che il medico curante si trova davanti nel decidere il trattamento più efficace per il proprio paziente. Servono competenze, studio, esperienza clinica e tanto buon senso, quel “common sense” cosi poco comune. Tutto il resto è contorno, rumore di fondo, terreno di polemiche e confusione.

Per venire al nostro “mestee”, qui si tratta della diagnostica dell’iperandrogenismo, argomento vecchio e straordinariamente attuale, che illustra in modo esemplarmente efficace la distanza abissale che ancora esiste nel nostro Paese tra quello che dovrebbe essere il ruolo della Medicina di Laboratorio e quello che è oggi l’uso e l’abuso di una risorsa così preziosa.

L’eccesso di ormoni androgeni circolanti costituisce una delle tre gambe su cui poggia il tripode diagnostico della Sindrome dell’Ovaio Policistico, (PolyCystic Ovary Syndrome, PCOS), una condizione clinica con una prevalenza che può arrivare al 10% delle donne in età fertile e il cui sospetto diagnostico induce a spendere gran parte delle risorse economiche dedicate al concepimento medicalmente assistito. Inoltre, l’eccesso di androgeni circolanti è sospettato essere la causa principale degli effetti indesiderati a distanza, specialmente in termini di disfunzioni metaboliche e alterazioni cardio-vascolari. Su questo la letteratura medica è concorde.

Il problema consiste nel fatto che sussiste incertezza su quale(i) androgeno(i) misurare, quali livelli decisionali adottare e quale tecnica analitica adoperare. E qui entra in gioco il “mestee”, il mestiere del Laboratorista. Travolti dall’entusiasmo per l’automazione, abbiamo acconsentito ad introdurre nei nostri menu tutte le determinazioni materialmente eseguibili sugli strumenti a disposizione, credendo e lasciando credere agli utenti del laboratorio che l’affidabilità e la correttezza di qualsiasi misura fosse sempre e comunque garantita. Errore grave e dalle conseguenze irreversibili, specialmente per il caso degli ormoni steroidi.

Il risveglio alla realtà è stato brusco e il ceffone ricevuto da William Rosner nel 2007 in un famoso editoriale di accompagnamento al Position Paper della Endocrine Society3 (“…Il re è nudo: tutti sappiamo che i dosaggi di testosterone non sono quello che dovrebbero essere, ma nessuno lo dice.”) ha avuto il merito di indurre la comunità scientifica ad un serissimo e faticosissimo sforzo per restituire credibilità e valore al contributo del Laboratorio per la migliore gestione possibile di queste sindromi. Siamo ancora lontani dalla soluzione definitiva, ma oggi cominciamo a disporre di dosaggi diretti del testosterone totale più standardizzati4, sappiamo che è del tutto inutile richiedere la misura del testosterone libero nella donna e nel bambino5, e che l’utilizzo intelligente e competente della tecnologia6 può garantire ulteriori progressi nella diagnosi precoce finalizzata al miglior trattamento possibile e ad una efficace prevenzione degli effetti metabolici tardivi, senza indulgere a ricerche astruse e alla produzione di numeri senza senso clinico e utili soltanto a incrementare uno sterile e pernicioso consumismo sanitario.

Società scientifiche come AME e ELAS hanno cercato di diffondere questi messaggi e molti di noi si sono convinti che gli errori del passato devono essere corretti. Ma evidentemente le cattive abitudini sono dure da sradicare. E non si riesce a convincere l’opinione pubblica e i Decision maker politici che bisogna lasciar fare il proprio mestiere a chi lo sa fare, nell’interesse dei pazienti e della sacrosanta aspirazione ad una assistenza sanitaria efficace, equa, economicamente sostenibile. Una visione che con l’andare del tempo assume sempre più i contorni di un inafferrabile miraggio.

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Marco Caputo

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