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Infezioni ospedaliere: in Italia siamo ultimi

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Infezioni ospedaliere: in Italia siamo ultimi

Allarme ECDC: ogni giorno 1 ricoverato su 15 ne contrae una

Circa un terzo delle 33 mila persone che ogni anno muoiono a causa di infezioni in Europa, sono in Italia. E’ la sconfortante classifica europea stilata dal “European Center for Disease Prevention and Control” (ECDC), pubblicata in uno studio di prevalenza che ha coinvolto anche il nostro Paese. Oggi in Italia la probabilità di contrarre infezioni, durante un ricovero ospedaliero, è di circa il 6%, con 530 mila casi/anno: nascondono però anche alcune dinamiche su cui è possibile intervenire, rivedendo l’approccio strutturale e organizzativo utilizzato a tutt’oggi.

Studio di Prevalenza. Lo studio italiano (condotto secondo il protocollo ECDC) ci parla di una serie di nuove condizioni della popolazione. “Riflette i cambiamenti che l’assistenza sanitaria ha subito negli ultimi anni, con l’uso sempre più ampio di tecnologie sanitarie che garantiscono una maggior sopravvivenza in pazienti più fragili, ma che allo stesso tempo si associano ad un aumentato rischio infettivo”. Porta all’attenzione la tipologia di pazienti ricoverati nelle strutture per acuti: sono sempre più presenti i soggetti anziani (il 49,2% di pazienti è di età >65 aa, nel PPS1; sale al 56% nel PPS2), pluripatologici o immunodepressi, portatori di dispositivi invasivi.

Questi cambiamenti concorrono ad un sempre più esteso utilizzo di molecole ad ampio spettro, contribuendo allo sviluppo di resistenze antimicrobiche, che ad oggi, per alcuni microrganismi, hanno raggiunto livelli di endemia, negli ospedali italiani. La prevalenza cruda delle ICA si assesta all’8,03%, dato che rispetto al precedente report PPS1 (sia italiano sia europeo), in cui risultava una prevalenza intorno al 6%, pare evidenziare un peggioramento. Tale differenza scompare, se andiamo a considerare la prevalenza media delle strutture (6,5%), evidenziando l’impatto della prevalenza significativamente maggiore negli ospedali più grandi, ad elevata specializzazione.

Pazienti fragili. Il valore in aumento, rispetto agli anni precedenti, è causato da un maggior numero dei cosiddetti pazienti più “fragili” (età superiore ai 65 anni) e dall’utilizzo di sistemi sempre più invasivi per l’organismo umano (cateteri e/o endoscopi), che costituiscono veicoli di batteri, ma soprattutto alla scarsa adozione di strategie di prevenzione, tra cui alcuni semplici ma fondamentali passaggi come il corretto lavaggio delle mani, il riscaldamento del paziente durante un’operazione chirurgica, l’uso di medicazioni in grado di tenere sotto controllo eventuali infezioni dovute all’accesso venoso attraverso il catetere.

ICA e Ospedali. La prevalenza di ICA supera il 34% nei pazienti con catetere venoso centrale, urinario e intubati, oppure non intubati ma ricoverati da più di 10 giorni e con una malattia terminale. Il rischio aumenta sensibilmente anche nei pazienti sottoposti a chirurgia invasiva o nei neonati prematuri. A parità di situazione clinica, intensità di cure (presenza di dispositivi invasivi) e permanenza in ospedale, la terapia intensiva, tradizionalmente ritenuta il setting a maggior rischio infettivo, mostra “rate” di ICA comparabili alla media degli altri reparti. Le aree dove si concentrano i pazienti fragili e per lunghi periodi (riabilitazioni, geriatrie, lungodegenze), sono caratterizzate da rischio maggiore di infezione.

L’analisi dei fattori di rischio, a livello ospedalIero, approfondito nello studio dimostra che la prevalenza di ICA cresce con il numero dei posti letto e delle giornate di degenza, condizione tipica di strutture ad alta intensità di cure, dove verosimilmente si concentrano i casi a maggior rischio, cioè pazienti clinicamente più “difficili” e ad alta intensità assistenziale. Questi risultati evidenziano come il rischio infettivo intraospedaliero sia dovuto ad un mix di: situazione clinica complessa: da una parte uno stato immunitario compromesso e dall’altra una forte medicalizzazione, con rottura delle barriere fisiologiche (presenza di dispositivi invasivi, chirurgia), in associazione ad una prolungata esposizione all’ambiente ospedaliero.

Mix dei patogeni.  Su 67 tipologie di patogeni identificati come responsabili di ICA, cinque germi rappresentano più del 45% di tutti gli isolamenti: Escherichia coli (13%), Klebsiella pneumoniae (10,4%), Pseudomonas aeruginosa (8,1%), Staphylococcus aureus (8,9%), Staphylococcus epidermidis (6,3%). I patogeni identificati sono spesso multi-resistenti. Escherichia coli mostra resistenza alle cefalosporine di III generazione nel 39,5% dei casi, ai carbapenemi nel 3,51%. Per Klebsiella pneumoniae la resistenza a cefalosporine di III generazione è del 68,1% ed ai carbapenemi del 49,5%.  Pseudomonas aeruginosa presenta resistenza per i carbapenemi nel 31%; Staphylococcus aureus esprime resistenza ad Oxacillina nel 47,4% dei casi ed ai glicopeptidi nel 5,13%. Affiora anche un germe oramai da considerare “patogeno”, lo Staphylococcus epidermidis, che mostra fortunatamente minore prevalenza di resistenze ad Oxacillina (nello studio: 5,45%) e Glicopeptidi (1,82%).

Personale dedicato. Insufficiente nella realtà italiana, secondo lo studio che nel nostro Paese ha coinvolto 135 ospedali, in 19 regioni e province autonome: si può sicuramente intervenire dove sono ancora poche le risorse dedicate per il controllo delle ICA ed il buon uso degli antibiotici. Gli indicatori di struttura riportano una media di 0,67 addetti FTE (Full Time Equivalent) all’antimicrobial stewardship nei diversi ospedali, ovvero 1,68 addetti per mille posti letto, quindi con almeno il 50% degli ospedali arruolati senza tale supporto.

Anche il numero d’infermieri e medici addetti al controllo delle infezioni risulta insufficiente (mediane 3 e 1 addetto FTE, per mille posti letto) e comunque inferiore alle medie europee di 4 infermieri e 1,44 medici. Questo deficit di personale e la conseguente mancanza di programmi di controllo delle infezioni, cui si sta cercando di porre mano con il Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico-Resistenza (PNCAR 2017-2020) del Ministero della Salute, si è rivelato associato ad un aumentato rischio di ICA. Gli audit ad esempio sono risultati essere l’intervento con l’efficacia maggiore, ma solo il 53,6% degli ospedali li implementa, per almeno un ambito di rischio infettivo e meno del 9% in tutto l’ospedale.

Le conclusioni dello studio italiano ci suggeriscono la soluzione:  promuovere i programmi di stewardship antimicrobica. Evenienza possibile solo mettendo in campo competenze capaci di affrontare il complesso delle problematiche, come la resistenza antimicrobica e la gestione ragionata e condivisa della terapia antibiotica.  

BIBLIOWEB:

Secondo studio di prevalenza italiano sulle infezioni correlate all’assistenza e sull’uso di antibiotici negli ospedali per acuti – Protocollo ECDC. Dipartimento Scienze della Salute Pubblica e Pediatriche, Università di Torino. 2018 (in PDF allegato)
Antibiotico resistenza Upgrade sorveglianza http://newmicro.altervista.org/?p=5412
Smart Antimicrobial Stewardship http://newmicro.altervista.org/?p=5177
Antimicrobial Stewardship europea for children http://newmicro.altervista.org/?p=4962
Monitoring Antimicrobial Resistance http://newmicro.altervista.org/?p=4601
Sepsi Lombarda http://newmicro.altervista.org/?p=4347
Sorveglianza d’Abruzzo http://newmicro.altervista.org/?p=3944
Campania (in) Felix http://newmicro.altervista.org/?p=3909
Sepsi e nuove tecnologie di laboratorio http://newmicro.altervista.org/?p=3881
Laboratori a risposta rapida nella Sepsi http://newmicro.altervista.org/?p=3837
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Sepsi 4.0 http://newmicro.altervista.org/?p=3765
Antimicrobico-resistenza: nuovi scenari http://newmicro.altervista.org/?p=3618
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Cosa cambia in Laboratorio http://newmicro.altervista.org/?p=2946
La black List dei batteri http://newmicro.altervista.org/?p=2377
Trigger in Ostericia http://amicimedlab.altervista.org/?p=8106
La stewardship dell’antibioticoterapia http://newmicro.altervista.org/?p=1451

 Secondo studio di prevalenza italiano sulle infezioni correlate all’assistenza e sull’uso di antibiotici negli ospedali per acuti – Protocollo ECDC – Università di Torino, 2018 (PDF)

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