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Brexit “suicida” il NHS?

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Brexit “suicida” il NHS?

Trattativa per Brexit: governo inglese in rotta di collisione con NHS

“Mala tempora currunt” per i sistemi sanitari nazionali. In Italia emergono i problemi delle specializzazioni e dell’invecchiamento dei sanitari, in Gran Bretagna il National Health Service (NHS) rischia la sopravvivenza con la Brexit.

Secondo le cifre del NHS Digital (pubblicate all’inizio di quest’anno), il numero di posti attualmente vacanti è superiore a 86.000. La vera sfida legata alla Brexit (per i responsabili istituzionali delle decisioni) è quella di ridurre l’immigrazione e nello stesso tempo “riempire” i posti vacanti. A questi numeri andrebbero aggiunti i 90.000 nuovi incarichi previsti per i servizi sociali, aggravando ulteriormente i fattori di crisi.

Le 82 pagine di analisi e proposte del Brexit Immigration Report, secondo il Guardian, genera campanelli di allarme per il NHS,  dato che se applicato così come pubblicato, produrrebbe la più grande crisi di “forza lavoro” nella storia del servizio sanitario britannico. Lo schema per ridurre l’immigrazione è in evidente contrasto con la necessità di far fronte ai 176.000 posti di lavoro sanitari e di assistenza sociale necessari.

In una recente relazione di Skills for Care è stimato in poco meno di 340.000 il numero di addetti, ai lavori di cura, vincolati a lasciare il posto di lavoro ogni anno e che sono 2.800 i ruoli, con profilo manageriale, già vacanti nelle case di cura e nelle strutture sanitarie pubbliche del Regno Unito.

Il segretario di stato alla sanità, Jeremy Hunt, durante la conferenza del partito conservatore del 2016, si impegnò a rendere il NHS “autosufficiente“, per i medici, entro il 2025. Obiettivo “difficile” in soli otto anni, dovendo far fronte (causa Brexit) ai 176.000 posti sanitari e sociali già vacanti nel Regno Unito. Anche se una eccezione è prevista per lo status di residenza dei cittadini del UE che lavorano nel NHS, diventerà sempre più difficile mantenere il personale e attirare nuove reclute dai paesi del UE, visto le difficili trattative per il post-brexit.

Hunt e i manager senior del NHS hanno cercato di fornire rassicurazioni, dopo il voto a favore dell’uscita dal UE, ai dipendenti “europei” accolti nel Regno Unito, lodando il loro contributo. Il numero di lavoratori del UE nel NHS è enorme: il 9% del personale (poco più di 90.000 soggetti, nel 2016) secondo dati della Camera dei Comuni.

In che modo i responsabili politici del Home Office possano decidere di ridurre la “immigrazione non qualificata”, in presenza di una chiara richiesta del Dipartimento della Sanità (DH) dovuta all’abbandono da parte dei lavoratori britannici di attività sanitarie e di assistenza, rimarrà un “Mistero”!

Appare molto difficile che a livello nazionale ci si accordi su una “categoria speciale di lavoratori per il NHS”. Appare invece importante che il ministero della salute discuta attentamente il report su Brexit, evidenziando i rischi specifici per i settori della salute e della cura. Sarebbe opportuna l’adozione di un sistema di immigrazione flessibile, per far andare avanti e sviluppare il NHS.

Se demagogicamente o per calcolo elettorale, si affermerà che la necessità di raggiungere l’autosufficienza e nel contempo diminuire l’immigrazione, il sistema non sopravviverà alla regola fondamentale del mercato, sui livelli di domanda e di offerta (attuali e futuri).

Sarà la fine del NHS?

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Sandro Pierdomenico

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