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Sanità: le SDO come unità di misura

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Sanità: le SDO come unità di misura

Il nuovo Rapporto SDO 2015

Le Schede di Dimissione Ospedaliera (SDO) sono i riassunti degli episodi di ricovero verificatisi negli Ospedali. Ogni anno (con una latenza “fisiologica” di due) esce, a cura del Ministero della Salute, il Rapporto sulle Schede di dimissione ospedaliera. Fatti i debiti distinguo, il Rapporto (SDO) 2015 fotografa cosa è avvenuto in tutta Italia. Per noi sanitari dovrebbe essere una fonte informativa “primaria” perché ci racconta cosa è successo nell’anno, regione per regione, patologie per patologie, consentendoci una visione d’insieme che raramente ci è nota. Seguire e paragonare, negli anni, i dati ci consentirebbe di identificare delle “linee di tendenza” che sta a noi far diventare premianti.

Veniamo ai “dati salienti” contenuti nel Rapporto SDO 2015, ove sono presenti informazioni relative al 99,6% degli istituti pubblici ed al 99,8% di quelli privati. Si riducono ancora i ricoveri ospedalieri (- 2,3%, tendenza comune agli anni precedenti), il numero complessivo di dimissioni per acuti, riabilitazione e lungodegenza (8.930.979 dimissioni ospedaliere, 209.137 in meno rispetto al 2014). Le giornate di degenza si riducono dello 0,9 per cento, per un totale di 61.366.673 giornate di ricovero, sempre riferite al 2015. Di conseguenza nel 2015 il tasso di ospedalizzazione per acuti si riduce (da 134,3 a 129,9 dimissioni per 1.000 abitanti – vs dati 2014).

La maggiore diminuzione riguarda i DH  (in regime ricoveri per acuti diurno – 5,7% per le dimissioni e – 5,3% per numero di accessi),  la riabilitazione in regime diurno (-2,2% per le dimissioni e -2,8% per numero di accessi), gli acuti in regime ordinario (-1,4% per le dimissioni e -0,6% per giornate di ricovero). In controtendenza, aumenta invece la riabilitazione in regime ordinario (+1,1%, con un incremento dello 0,6% per il volume di giornate di degenza).

Cala anche la spesa: – 0,2%; dal 2010 il calo è di oltre 2 miliardi. Ma i ricoveri costano meno? Teoricamente, perché il dato è nazionale, ma a livello locale si applicano singoli tariffari. Tra il 2010 ed il 2015 si è passati da 30,9 miliardi a 28,8 miliardi. I ricoveri per acuti in regime ordinario sono naturalmente quelli con la quota più elevata, seguiti dai ricoveri in regime diurno e per riabilitazione in regime ordinario. Più in dettaglio, per il 2015 la remunerazione complessiva è di circa 26,3 miliardi per gli acuti (23,6 miliardi in regime ordinario e 2,7 miliardi in regime diurno), circa 2,1 miliardi per la riabilitazione (2 miliardi in regime ordinario e 93,9 milioni in regime diurno) e circa 447,7 milioni per la lungodegenza. In tutto quindi circa 28,8 miliardi complessivi.

La mobilità interregionale varia di poco, per ciascun tipo di attività e regime di ricovero: è circa il 8% per gli acuti in regime ordinario e diurno, il 15% per la riabilitazione in regime ordinario ed il 10% per quella in DH, il 5% per la lungodegenza.

Gli indici di appropriatezza delle SDO 2015 ci suggeriscono che risulta migliorata più quella clinica di quella organizzativa.

I parti cesarei restano la macchia indelebile della appropriatezza clinica : praticamente non calano dal 2007 (primo anno dei piani di rientro) salvo poche eccezioni. Si sono ridotti in dieci anni, come media nazionale, solo del 3,05% e mantengono una percentuale del 35,3%, ancora altissima rispetto ai parametri OMS (percentuale ottimale intorno al 10-15%). Sempre i dati OMS sull’uso del cesareo, già nel 2008 mostrano che è stato eseguito in media nel 3,8% dei casi in Africa, nel 8,8% nel Sud-est asiatico, nel 15,7% nel Mediterraneo orientale, nel 23% dei casi in Europa, nel 24,1% nel Pacifico occidentale e nel 35,6% nelle Americhe (media globale del 15,6 per cento).

L’Italia resta tra i Paesi col numero più elevato di cesarei: la Campania è in testa col 61,4%, seguita dalla Puglia col 43,6% e dalla Sicilia col 43,5%; le Marche sono al 34,6%  ed il Friuli Venezia Giulia   al 22,9%.  I dati si commentano da soli.

Altro allarme, fornito dalle SDO 2015, riguarda gli indicatori di rischio in ospedale. Le infezioni ospedaliere non solo non calano, ma sono in aumento (in quasi tutte le Regioni) sia in caso di intervento di natura medica, sia chirurgica. E così gli altri indicatori, tranne le embolie.

Oltre 22 mila infezioni ospedaliere per cure mediche o post operatorie nel 2015, quasi 4 mila in più del 2007, primo anno dei piani di rientro. Più di 11.600 i traumi da parto nei parti naturali (con o senza strumenti), anche in questo caso 832 in più del 2007. Va meglio per il controllo delle embolie che sono nel 2015 oltre 14.600 e si riducono rispetto al 2007 di  - 8.537 casi.

L’indicatore dell’incidenza (infezioni su 100 mila ricoveri) è  passato da un valore di 6,9 casi (2007) a 12,36 casi del 2015: la media nazionale è aumentata di 5,46 casi per 100 mila dimessi. Per le infezioni post-chirurgiche (per 100 mila dimessi) è cresciuto in media di circa il 69 per cento.

Gli indicatori di rischio clinico in ambito ospedaliero (post chirurgici), presi in considerazione (con le infezioni), sono (per 100 mila dimessi):

  • l’embolia polmonare o Deep Vein Thrombosis – DVT (trombosi venosa profonda),
  • i traumi ostetrici nel parto naturale con ausilio di strumenti,
  • i traumi ostetrici nel parto naturale senza ausilio di strumenti.

La situazione è sicuramente positiva per l’embolia polmonare (calo medio nazionale, in dieci anni, di – 30,5 casi/100 mila abitanti) pur con un dato di 156,9 /100 mila abitanti, ma sicuramente preoccupante negli altri due (i traumi ostetrici), con un incremento nello stesso periodo rispettivamente del +12,5% (332,91 casi /100 mila abitanti) e del +10% (71,92 casi /100 mila abitanti) circa. In aggiunta al problema cesarei, i dati fanno riflettere.

BIBLIOWEB:

  Ministero della Salute – Rapporto SDO 2015 (in formato PowerPoint-FlipBook)

Click per leggere

Rapporto Annuale SDO 2014 – Ministero della Salute (in formato PDF)

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Rapporto Annuale SDO 2015 – Ministero della Salute (in formato PDF)

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Giovanni Casiraghi

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